Metà settembre 1995, un sabato all'alba.
Guido a velocità di crociera verso
Lignano Sabbiadoro,
sul Mar Adriatico.
Un magnete balneare che ad agosto
attrae 300mila villeggianti,
che dopo l'estate si svuota:
un paese fantasma.
Parcheggio contro un muretto sbrecciato
che separa strada e spiaggia.
Ecco i litorali amati anche da Hemingway.
Ecco il mare.
In lontananza, solo due ragazze.
Passeggiano sull'arenile.
Cammino anch'io: "chiusi per ferie"
i minimarket, gli alberghi,
stabilimenti balneari con palme a riposo.
È un set da cinema, una città evacuata
e lucidata dalla brezza.
Un paesaggio post-atomico che si lascia
scansionare nei dettagli.
Quando finisce l'estate, da queste parti
cala un tempo dilatato da fermo immagine,
e sembra un'allucinazione del ricordo
la folla balneare che era qui solo un
mese prima...
[Continua all'interno, tra le foto]
queste foto sono diventate
sempre più semplici,
"antifotografiche".
Le inquadrature quasi "portate"
dall'evidenza ipnotica,
frontale
di scenari e oggetti.
Finalmente sovrani del litorale,
del proprio Adriatico silenzio di brezza.
Trieste, Grado, Latisana, Lignano Sabbiadoro, Lignano Pineta, Lignano Riviera, Bibione, Bibione Pineda, Caorle, Eraclea Mare, Jesolo, Lido di Jesolo, Litorale del Cavallino, Punta Sabbioni, Lido di Volano, Lido di Pomposa, Lido di Spina, Casalborsetti, Marina di Ravenna, Punta Marina, Lido Adriano, Lido di Dante, Lido di Classe, Lido di Savio, Milano Marittima, Cervia, Pinarella, Cesenatico, Bellaria, Igea Marina, Torre Pedrera, Viserbella, Viserba, Rimini, Riccione.
«La cosa migliore è partire presto,
ancora al buio.
Al primo distributore, fuori porta,
deserto,
il profumo fresco della benzina
te lo godi in silenzio mentre fai il pieno.
Mezz'ora dopo è tempo di una brioche
appena sfornata all'autogrill,
poi l'autostrada si srotola dolce,
senza traffico,
lasciandoti alle spalle il casello
scorri su un tratto di strada statale,
qualche buca fa rimbalzare l'avantreno,
alberi isolati sfilano a lato.
Infine parcheggiare sul lungomare,
o in un vicolo di sabbia e pigne,
stringere i lacci alle scarpe,
sistemarsi un treppiede a tracolla.
Tu qui in qualche minuto sfogli
un centinaio di foto,
e altre se ne aggiungono dopo ogni
ritorno al mare.
Quante fotografie, quanti provini
scartati,
anche, che un giorno sarebbe bello
incollarli tutti assieme su una parete.
Solo rullini, all'inizio, poi quelle
lenti anni 70
montate anche sul
sensore digitale.
Guidare verso la Riviera fuori stagione,
durante l'università,
era anche un modo per sgombrare la mente,
liberare lo sguardo,
farlo rimbalzare come in un vecchio
videogame da C64
tra vicoli deserti, semafori spenti,
terrazzini che sporgono disabitati,
muretti in calcestruzzo,
che soprattutto nelle vie più interne
sono ancora quelli dell'inizio,
delle prime vacanze in riviera,
un'edilizia anni 60 e 70
che si è alleata in qualche modo
a vento e salsedine,
lasciandosi sbiadire dolcemente,
oppure rivelando sfarinature di più strati di intonaco,
affiorano colori che puoi trovare solo da queste parti.
Raggiunta la spiaggia, guardare oltre
le dune,
verso quell'orizzonte così basso e vasto,
da California Adriatica.
Camminando, respirare a pieni polmoni
aria iodata prima di un esame,
camminare per chilometri sopra la sabbia
elastica, un lieve effetto da suolo lunare,
accanto a quell'orizzonte celeste pallido,
quasi immobile anzi poco mosso.
È così ancora oggi, dopo molti anni.
Tu non sai (ma forse sì) quanto possa
aiutare a schiarirsi le idee
un caffè ristretto
preso in un bar di Pinarella,
vicino a Cervia,
o a Lido di Classe,
in questa ineffabile eppure amica
riviera d'inverno...».
Alcuni dei Maestri che sin dagli anni 90
mi hanno ispirato in questo viaggio,
e a partire dai quali ho poi cercato
altri percorsi, una personale messa a
fuoco tra l'esplorazione di questi luoghi
e la loro rappresentazione fotografica:
«C'era il soffio continuo del vento
che spargeva
la sua musica simultanea uniforme
sulla spiaggia,
un suono senza interruzioni, teso,
talvolta appena
modulato per il volume d'aria spostato,
per
l'ostacolo incontrato.
Un terzo canto sbatteva
nell'aria marina, fatto di stoffe lacerate
e tessuti consumati che il vento scuote,
che il sale ha
ispessito...».
Da Sotto i cieli d'Italia
(Sironi, 2004),
di Dario Voltolini