La fragilità delle relazioni, così si dice. Che certe volte evaporano rapide come benzina eppure lasciano alle spalle tracce infiammabili.
Il messaggino. La mail. La chiamata non risposta. Un addio in Arial 12. «Mi piaci». «Anche tu». Ma poi. «Scusa...
Ci ho ripensato». «?». «Forse è meglio non vederci».
Ecco inaugurato il campo fluorescente dove parole delicate come nitroglicerina se la giocheranno con i fatti e con le azioni. Conta più il suo ultimo sms o la sorpresa che le farai portandole una brioche ancora calda? Si tratta di mettersi le scarpe. Di andare a vedere. Di incontrarsi. Raddrizzando le eventuali derive nell'assurdo con una risata.
È chiaro infatti che è sin troppo semplice creare con poche righe scenari di sabbia che in dieci minuti si scollano dalla realtà e vanno a pizzicare orgogli, suscettibilità, fraintendimenti. Se ci si lascia prendere la mano, è incredibilmente facile inviare cose inaudite.
Apri la mail e trovi un "ti amo". Anzi no: "ti odio".
C'è chi tocca i fili per provocare la scossa del cortocircuito. Per sperimentare l'effetto che fa. Dopo una notte memorabile, dopo momenti perfetti, si assaggia la reazione a un "addio" senza senso. Si prova a muovere leve contraddittorie nel tentativo di aprire porte inattese, di fare uscire allo scoperto.
Ma queste stringhe prive della dimensione fisica, o anche solo del ritmo e delle pause di una telefonata, tenterebbero di alimentare aspetti irreali del rapporto. È uno scambio di prosa atrofizzata e a volte un po' vigliacca, e non comunicazione autentica: mancano il coinvolgimento fisico, il calore, il contatto. Cose di cui non possiamo privarci, e per fortuna.
Il tutto calato dentro un ambiente ad alto grado di consapevolezza. È una caratteristica della contemporaneità: la curiosità sul mondo trova continua, accessibile soddisfazione. Scarichiamo sul desktop il suolo di Marte e magari non sappiamo farci una carbonara. Consapevolezza, autoanalisi, lucidità: certe cose risvegliano il gusto della caccia complicata.
Meglio allora se la "preda" non si fa catturare troppo facilmente, per carità: si rivelerebbe debole, banale! Ciò che ci sfugge è proprio ciò per cui smaniamo. Niente di nuovo. «Siamo o no quel che ci manca?», diceva Carmelo Bene.
«L'attesa di un sms, una chiamata o una mail soddisfa la fame di novità. L'incertezza di ricevere una risposta dà emozione e questo libera la dopamina, l'ormone del piacere chiave nello scatenare le moderne dipendenze», sostiene il neurologo Rosario Sorrentino.
Ma c'è anche il "fattore indipendenza". Le relazioni ora sono attraversate dalla paura di vedersi limitati nella propria autonomia. Siamo seduti di fronte alla grande tastiera delle possibilità. C'è una cosa che ci piace: la sensazione di poter scegliere. Si vive il presente. Anche perché la progettualità è rimbalzata indietro da un mondo che per il momento ci appare assai instabile e pilotato a vista. Ogni relazione che intrecciamo si accorda con un aspetto della nostra personalità. Uno (o qualcuno), ma non tutti. E questo autorizza a non concedere l'"esclusiva".
«Ma la comunicazione si basa anche su fiducia e lungimiranza nell'individuare la natura segreta dell'altra persona e capire ciò che si desidera condividere assieme», spiega la psicoterapeuta Françoise Sand nel libro-intervista "L'âge du labirinte", recentemente pubblicato in Italia da Feltrinelli.
Sand si rivolge alla generazione dei nati tra il 1968 e il 1978 (ma non sono rare le eccezioni): «Potete imboccare mille direzioni e dunque vi è difficile sceglierne una. Sì, la vostra generazione sembra soffrire di una dispersione del desiderio».
Generazione labirinto, infatti. Perché i suoi rappresentanti impiegano anche più di dieci anni a trovare la propria strada e un appagamento più stabile. Una grande comunità di gente consapevole. Al massimo delle potenzialità psicofisiche. Che invece di sfruttarla, spesso si fa inibire dall’ampia libertà disponibile. E si diverte, anche. In attesa della migliore occasione.
Ecco inaugurato il campo fluorescente dove parole delicate come nitroglicerina se la giocheranno con i fatti e con le azioni. Conta più il suo ultimo sms o la sorpresa che le farai portandole una brioche ancora calda? Si tratta di mettersi le scarpe. Di andare a vedere. Di incontrarsi. Raddrizzando le eventuali derive nell'assurdo con una risata.
È chiaro infatti che è sin troppo semplice creare con poche righe scenari di sabbia che in dieci minuti si scollano dalla realtà e vanno a pizzicare orgogli, suscettibilità, fraintendimenti. Se ci si lascia prendere la mano, è incredibilmente facile inviare cose inaudite.
Apri la mail e trovi un "ti amo". Anzi no: "ti odio".
C'è chi tocca i fili per provocare la scossa del cortocircuito. Per sperimentare l'effetto che fa. Dopo una notte memorabile, dopo momenti perfetti, si assaggia la reazione a un "addio" senza senso. Si prova a muovere leve contraddittorie nel tentativo di aprire porte inattese, di fare uscire allo scoperto.

Ma queste stringhe prive della dimensione fisica, o anche solo del ritmo e delle pause di una telefonata, tenterebbero di alimentare aspetti irreali del rapporto. È uno scambio di prosa atrofizzata e a volte un po' vigliacca, e non comunicazione autentica: mancano il coinvolgimento fisico, il calore, il contatto. Cose di cui non possiamo privarci, e per fortuna.
Il tutto calato dentro un ambiente ad alto grado di consapevolezza. È una caratteristica della contemporaneità: la curiosità sul mondo trova continua, accessibile soddisfazione. Scarichiamo sul desktop il suolo di Marte e magari non sappiamo farci una carbonara. Consapevolezza, autoanalisi, lucidità: certe cose risvegliano il gusto della caccia complicata.
Meglio allora se la "preda" non si fa catturare troppo facilmente, per carità: si rivelerebbe debole, banale! Ciò che ci sfugge è proprio ciò per cui smaniamo. Niente di nuovo. «Siamo o no quel che ci manca?», diceva Carmelo Bene.
«L'attesa di un sms, una chiamata o una mail soddisfa la fame di novità. L'incertezza di ricevere una risposta dà emozione e questo libera la dopamina, l'ormone del piacere chiave nello scatenare le moderne dipendenze», sostiene il neurologo Rosario Sorrentino.

Ma c'è anche il "fattore indipendenza". Le relazioni ora sono attraversate dalla paura di vedersi limitati nella propria autonomia. Siamo seduti di fronte alla grande tastiera delle possibilità. C'è una cosa che ci piace: la sensazione di poter scegliere. Si vive il presente. Anche perché la progettualità è rimbalzata indietro da un mondo che per il momento ci appare assai instabile e pilotato a vista. Ogni relazione che intrecciamo si accorda con un aspetto della nostra personalità. Uno (o qualcuno), ma non tutti. E questo autorizza a non concedere l'"esclusiva".
«Ma la comunicazione si basa anche su fiducia e lungimiranza nell'individuare la natura segreta dell'altra persona e capire ciò che si desidera condividere assieme», spiega la psicoterapeuta Françoise Sand nel libro-intervista "L'âge du labirinte", recentemente pubblicato in Italia da Feltrinelli.
Sand si rivolge alla generazione dei nati tra il 1968 e il 1978 (ma non sono rare le eccezioni): «Potete imboccare mille direzioni e dunque vi è difficile sceglierne una. Sì, la vostra generazione sembra soffrire di una dispersione del desiderio».
Generazione labirinto, infatti. Perché i suoi rappresentanti impiegano anche più di dieci anni a trovare la propria strada e un appagamento più stabile. Una grande comunità di gente consapevole. Al massimo delle potenzialità psicofisiche. Che invece di sfruttarla, spesso si fa inibire dall’ampia libertà disponibile. E si diverte, anche. In attesa della migliore occasione.
Articolo pubblicato nell'inverno 2006
sul mensile di urban cultures in grande formato BMM.
sul mensile di urban cultures in grande formato BMM.