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URBAN, giugno 2005 Natura matrigna
Fuori dagli stereotipi che descrivono una natura buona aggredita dalla città, dentro l'orto botanico: tra piante carnivore e specie allucinate... Testo di Paolo Ruggiero Foto di Gianni Troilo
Ci sono tante "trappole" a tagliola, bocche
verdi seducenti, con denti morbidi. Dentro ogni trappola sei piccoli
sensori. Simili a peli, trasparenti. E poi qualche insetto imprudente, che si avvicina troppo.
La carnivora Dionea, scatta. Gli si chiude intorno. A volte non completamente,
e lascia intravedere una mosca -il boccone più ghiotto- ancora viva,
mezza soffocata, mentre gli enzimi digerenti della pianta cominciano
a dissolverla. Sciolta nell'acido, letteralmente! Dentro l’Orto botanico di Bologna, filtra una mattinata
luminosa e verdognola. Quest’angolo di natura ad alta densità intra-moenia
esiste dal 1568 ma è dove si trova adesso, al numero 42 di Via Irnerio,
solo da duecento anni. “Un luogo tutto sommato piccolo – racconta Umberto
Mossetti, il curatore – però contiene ricostruzioni accurate e all’aperto
di ambienti improbabili in città: il bosco golenale, lo stagno, il bosco
mediterraneo sempreverde." Se si va a curiosare attentamente tra le serre, alcune
sotterranee e così affollate che sembra di ritrovarsi in una foresta
alluvionale fitta e insidiosa, è possibile incontrare personalità vegetali
speciali, ipnotiche, a volte spietate. Sembrano crescere direttamente dai fondi più misteriosi
della natura e spostano l'immaginazione del visitatore, che affogato
di colpo dentro un clima tropicale a 35 gradi e umidità al 90% deve
lasciare fuori la giacca e parte dei propri arcadici pregiudizi sul
mondo vegetale. Calate dentro microclimi stabilizzati vivono e si mostrano
nella propria concretezza piante che si pensava fossero soltanto un
gusto di gelato o il profumo dello shampoo: Tamarindo, Avocado, Jojoba.
Oppure l'Hydnophytum formicarum, che nasconde Altre pianticelle vegetano apparentemente sornione,
in ordine dentro aiuole d'altri tempi, all’aperto. Se ne stanno quiete
con il loro cartellino appeso come un badge e portano nomi suadenti:
Digitale, Datura, Belladonna. In realtà sono molto, molto velenose.
Meglio non toccare. Sul prato, rimane il mozzicone del tronco di un albero, motosegato ad altezza uomo: un fortino per i funghi è quel che rimane di un pioppo canadese di 42 metri squarciato da un fulmine. Come una grande rasoiata. Lo ha scorticato longitudinalmente intaccando il tronco in profondità.
I frammenti carbonizzati sono schizzati lontano. Una
ferita per cui non c’è stata cura. Poi c’è il Ginkgo, una pianta leggendaria, originaria
del Giappone. Più cattivo della bomba atomica. Sembra che un esemplare
sia riuscito a rispuntare anche tra le ceneri di Hiroshima. Un’altra perfida primadonna dell’orto botanico è la
Nepenthes. Una carnivora dall’ingannevole aspetto pacioso e accogliente
che può svilupparsi in altezza per alcuni metri e sta continuando a
crescere, dentro una serra tropicale sotterranea.
Modifica le proprie foglie in modo da formare l'ascidio:
una specie di contenitore dalla forma gentile, tipo brocca da vino,
con un'apertura in alto. Attrae gli insetti con trucchetti semplici:
colori invitanti, il profumo del nettare.
Quelli che ci cascano, iniziano il loro viaggio di
terrore verso una fine lenta e raccapricciante. Nella “brocca” forse troveranno la compagnia di altri insetti, amici e nemici...
La Nepenthes se li digerisce tutti con gran calma, dentro le sue ascidie
che continuano a crescere e svilupparsi, confortevoli e piene di liquido
gastrico. |
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