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PAOLO CREPET, psichiatra e scrittore Intervistato per Sanissimi, settembre 2005 Il benessere è fare
Quanto conta l'autostima? Moltissimo, almeno quanto l'autonomia. Per volersi bene però bisogna mettersi in gioco, muoversi, fare. Ne abbiamo parlato con lo psichiatra Paolo Crepet
di
Paolo Ruggiero
Psichiatra
e sociologo, scrittore e docente universitario, specializzato nel
campo della ricerca sul tentato suicidio, dell’epidemiologia psichiatrica
e della psichiatria sociale, Paolo Crepet è anche un noto volto televisivo.
Dott. Crepet, cos’è il benessere psicofisico? «È
la serenità». La serenità è un obiettivo più realistico della felicità? «La
felicità non è un obiettivo, è un utopia». Non la si raggiunge mai? «Non
si deve raggiungerla. Quando l'hai raggiunta è già passata». Quanto conta l’autostima per vivere bene? «Enormemente,
tanto quanto l'autonomia». Come è possibile accrescerla? «Facendo
le cose. Imparando a farle, vedendo che ti riescono». Progettando, anche? «Certo.
E realizzando. Non solo progettando». Si vive meglio se si è più esigenti oppure più indulgenti
con se stessi? «Si
vive meglio se si è più esigenti». C'è
chi sostiene che siamo ormai dentro un mondo di "affettività
liquida",
con relazioni che sono connessioni, che si creano e si sciolgono con
grande facilità... «Questi
discorsi contengono un pregiudizio positivo nei confronti del passato,
che io non ho. È normale che ci siano dei cambiamenti. Ma sono cambiamenti
abbastanza scontati». Eppure pare che ci si guardi sempre meno negli occhi,
che si creino e si interrompano facilmente relazioni con le e-mail
e i "messaggini"... «Sì,
ma mi chiedo se queste persone si guardavano così tanto negli occhi
anche dieci anni fa. Voglio dire: se a qualcuno basta una e-mail per
mandare qualcun'altro a quel paese, probabilmente era così superficiale
e cinico anche dieci anni fa. Non c'è una metamorfosi in atto. Semplicemente,
il telefonino mette in luce ciò che già eravamo. Se uno agisce da
maleducato, non credo che prima della tecnologia fosse un gentiluomo». È possibile che la depressione nasca dalla noia, dalla
perduta capacità di stupirsi? «La
noia aiuta a non annoiarsi. Se non ci fosse la noia uno non se la
prenderebbe con la noia. Poi, alla stupidità umana non c'è limite.
Ci vuole una grande stupidità per dire "io ho già visto tutto".
Queste sono persone già tarpate, che ci mettono poco a tarparsi. Uno
mi dice "sono stato in viaggio di nozze alle Maldive e fine:
ho visto il mondo"». E
invece, cosa ha visto? «Appunto,
cosa ha visto? Ha per caso vissuto sei mesi, che so, nei mercati orientali?
No. E allora, se non ha fatto un'esperienza di quel tipo, cosa vuole
sapere dalla vita?! Un conto è vedere un telefilm del National Geographic
e un altro è vedere veramente il pianeta. Sono due cose diverse. Alcuni
credono di conoscere il mondo rimanendo seduti, con i 99 canali e
la suocera che gli fa il caffè. Invece il mondo va vissuto. Certo,
per viverlo ci vuole una grande cultura». In questo senso, la nuova mobilità europea che si profila
per i giovani può far bene al benessere? «Potrebbe
far bene se uno la volesse utilizzare. Ma vedo pochi cittadini europei
tra i giovani. Vedo dei cittadini che da Bologna vanno a Rimini e
tornano a casa». Insomma, cambiare ambiente fa bene... «Certo,
capisci che ci sono sensibilità diverse, mondi diversi». Quanta della infelicità attuale deriva dal confronto
obbligato e tuttavia insostenibile con i personaggi inventati dallo
star system? «Bisognerebbe
vedere che cosa uno avrebbe fatto se non ci fosse stata per esempio
la Tv della De Filippi. Non credo che avrebbe passato le giornate
dentro la biblioteca comunale. Magari avrebbe letto Grand Hotel
come forse faceva sua mamma. Ma poi, perché dovremmo prendercela con
chi leggeva Grand Hotel? Siamo un popolo di ignoranti e quindi
abbiamo strumenti culturali limitati. Poi c'è da dire che certe trasmissioni
o certi giornali cosiddetti popolari hanno in realtà un pubblico molto
trasversale, che appartiene a varie fasce sociali e culturali». Anche se chi leggeva Grand Hotel e oggi forse
guarda la De Filippi difficilmente approfondirà Kierkegaard... «Sì,
ma per fortuna, perché saremmo un paese noiosissimo. Di intellettuali
ne bastano pochi. Io ricevo molte lettere, due tre al giorno, un po’
da tutta Italia, da tutti gli strati sociali. E non vedo una grande
differenza sulle cose che si sentono, che si provano, su come si elaborano
i sentimenti, su cosa manca. Non credo che chi ha due lauree abbia
maggiori competenze affettive rispetto ad una signora con la terza
media». Rimane forse qualche differenza nella capacità di esprimerli,
i sentimenti... «Sì,
ma questa capacità mi pare che sia andata migliorando nel tempo». Come affrontare serenamente i primi segni dell’invecchiamento?
«Mio
nonno alla mia età si sentiva vecchio, io mi sento nel pieno delle
mie capacità. Per
esempio, trenta e sessant’anni? «A
trenta credo che oggi soprattutto ci sia un limite nella costruzione
dell'identità, Ma gli anziani si auto-escludono o vengono esclusi?
«In
realtà sono i giovani, gli esclusi. Dalla
società. Dall'avere un ruolo di comando nella società. D'altronde,
lo si vede: la fetta di potere più grande è nelle mani di uomini di
sessanta, settanta anni. È difficile che un trentacinquenne abbia
una posizione di comando».
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