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MA COME È PICCOLA BOLOGNA!
Il Bello di Bologna, 14 maggio 2001
di Paolo Ruggiero
Da
qualche tempo si sente ripetere, col piglio un po’ rassegnato
dell’evidenza, che “Bologna è un paesone!”, e che andrebbe quindi
avvicinata e considerata con un metro da paese o poco più. Questa
etichetta vuole sintetizzare il fatto che, in capo a qualche mese di
vita bolognese, diventerebbe assai facile, in questa città apparente, imbattersi ad esempio in qualcuno che, dopo averci per
chiarezza collocato nella geografia d’Italia, vanterà nella propria
compagnia qualche nostro amico o compagno di liceo smarrito da anni.
Oppure
incontrare o
rivedere, per caso e con frequenza preoccupante, le
stesse facce “già viste” di gente di fatto sconosciuta, sentire
accennare di passaggio a una ragazza che ci verrà per coincidenza
presentata dopo pochi giorni, da un tizio una buona volta inedito,
però “paesano” non abbiamo capito bene di chi. E sarebbe poi patetico spiegare che l’inflazionatissimo e bandito “t’ho già vista..” (o “t’ho già sentita..”) potrebbe non essere il solito pretesto, ma un dubbio fondato.. In
sintesi “paesone” sta a segnalare, con l’ennesimo stupore e
un’allargata di braccia, che non si può mai risultare beatamente e
del tutto sconosciuti a Bologna, che mantenere una privacy esclusiva qui
non è possibile, è un’illusione. Bisognerebbe
trasferirsi a Modena, per esempio: traslocare in qualche città!
Esci
una sera, vai al pub, attacchi a chiacchierare con una ragazza, ed è
probabile che il discorso dopo un po’ inciampi in una terza
persona, di solito dipinta con toni piatti, per non cadere nella gaffe:
per esempio “quell’artista” che gestiva un bowling al tuo paese e
che ora fa il sommozzatore in Costa Rica e lei, la ragazza al pub, lo ha
conosciuto l’estate scorsa in vacanza, a Cesenatico, ne conserva un
ricordo sorridente e prosaico, associato a un massaggio con l’olio
abbronzante. “Ma guarda un po’! Ma chi l’avrebbe mai detto!”.
C’è
da dire che la città è un bacino che ne ospita tante altre, più
piccole e familiari, stratificate, tante comunità marcate in primo
luogo dalle generazioni di appartenenza (e all’università il metro di
una “generazione” sono i tre, quattro anni). Sono “giri” che ruotano e convivono fianco a fianco, che collidono o combaciano sotto precise scadenze o situazioni, che si sigillano a doppia mandata in comparti stagni, che si ibridano o frullano per poi emulsionare all’improvviso dietro una nuovo mood, a una nuova tendenza sufficientemente ecumenica e pret-à-porter. Balzano
ai nostri occhi soprattutto le ragazze o i ragazzi che hanno un aspetto
familiare, una data di nascita accomunabile alla propria: le camicie col
cavallino e le t-shirt da montagnola col papero, le matricole e i
laureandi (ma anche l’asilo e le
elementari), se si incrociano per strada, al primo sguardo si
notano a vicenda, ma con distrazione, a meno di vistose colorazioni o
esternazioni.
La
comunità degli studenti universitari, lo conferma l’ultimo
censimento, ha comunque una consistenza demografica importante. Certamente
i numeri sottendono il fatto che gli studenti potenzialmente visibili
sono sì la maggioranza, ma pur sempre una parte masticata
dall’insieme. Il
totale include infatti anche chi è ancora iscritto, aggrappato con le
unghie al corso di studi, ma ha lasciato Bologna da mesi. E
anche chi, stagionalmente o per l’intero periodo universitario, ignora
le lezioni e i fenomeni collaterali, chi da sempre evita di affrontare
il centro perché ha paura delle vetrine e del rumore, chi non esce la
sera, oppure non esce proprio più, magari dopo essere stato
lobotomizzato, plagiato da una padrona-matrona di casa che è riuscita a
rifilargli la singola fuori
mano, pasti compresi. Le
cifre, in ogni caso, autorizzerebbero a pensare a un forte potenziale
mimetico della comunità universitaria.
Però,
ammettiamolo: una volta perduta ogni soggezione nei confronti di un
ambiente comunque vario e complesso, cominciamo a ricostruirne
un’altro, a noi più congeniale. E
così andiamo ad abitare la città semplificata e confortevole disegnata
dai nostri percorsi quotidiani, dalle nostre reiterazioni, dalla
geografia personale e reticolare di luoghi, riflessi acquisiti,
intermezzi, persone. Ecco perché, in fondo, coloriamo quel “paesone” anche di una sfumatura affettiva, di una vena di sorniona rassegnazione: ci piace sentirci come pesci nell’acqua. Ma,
in momenti in cui (la domenica mattina, ad esempio) le cose si rivelano
come soggetti e non oggetti, sarà la città stessa, denudata, a
ricordare, sventolandoci in faccia dettagli finalmente visibili e fino
ad allora mai notati, che noi assaggiamo solo una parte delle tante
opzioni realmente a portata di mano.
E
ogni volta che
ci accorgiamo di uno spigolo, di un portico che
in tanto tempo non avevamo mai visto, anche se l’abbiamo sempre
avuto sotto al naso, mettiamo facilmente in dubbio il nostro spirito
di iniziativa, e riprendiamo a ruminare il buon proposito di aprire
la nostra rosa di riferimenti a nuove possibilità. É allora che guardiamo con rinnovato interesse al nostro “paesone”, riconoscendolo come un giocattolo familiare che però, basta volerlo, possiamo agevolmente smontare per poi ricombinare e personalizzare in modo sempre originale, attingendo alla ricca dotazione di “pezzi” –scenari, atmosfere, stili e concezioni di vita- che Bologna ci mette a disposizione.
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