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MI FARESTI UN MESSAGGIO?

Il Bello di Bologna, 2 luglio 2001

 

(gli anni all'università...)

 

di Paolo Ruggiero 

 

“Toh! Guarda cosa ci hanno montato sul tetto di fronte!”.

Nella nuova casa scostano la tenda, la finestra inquadra un’antenna, forse un ripetitore per cellulari, tutto sommato compatto e ordinato, sta in piedi su una gamba sola, l’unica, in alluminio anodizzato.

“Sono venuti i tecnici a misurare con una lancetta non so cosa, dicono che i valori rientrano nella norma, per carità, ma io mi domando: non faranno male tutti questi messaggi che mi spara addosso ogni giorno ?!”.

Intanto con fuga di Bach se ne annuncia uno nuovo: “Ecco! L’Addebito L.2000”.

Subito cancellato, per fare spazio a manciate di caratteri più fresche e promettenti.  

 

“Centro messaggi +3933496050”: ci si può in effetti chiedere da dove spediscano le loro bustine questi enigmatici “Centri” che annunciano l’arrivo del nuovo SMS prima nelle casse dell’autoradio o dello stereo, con quegli sbuffi seghettati e tanto familiari, sorta di pre-suoneria universale.

In effetti piace pensare che tutti i segnali partano dall’antenna sul tetto di fronte, che ti soffia continuamente in faccia un vento di comunicazione logorroica e a pacchetti.

E questo irraggiamento potrebbe anche alla lunga lasciare un segno nell’intelletto e nell’umore, sotto forma di cronica ispirazione all’ermetismo ricevuta per troppa esposizione.

 

Intanto sul display lampeggia ancora un’altra bustina, questa volta un credito da riscuotere: “Quando passi a trovarmi? ; )”

La ragazza che l’ha spedito ha lasciato il cellulare in bagno, sulla mensola sopra al lavandino.

La chiamano: il telefono vibra in silenzio e si mette a camminare.

Dall’altro capo lasciano squillare, e il cellulare animato –plof!- casca nel lavandino colmo d’acqua, in mezzo a tutti gli slip in ammollo.

Dopo un po' richiamano.

Nel lavandino il cellulare si mette a girare tra mutandine nere e rosa, sott’acqua, al buio tinto appena dal display.  

 

un sms. ti stavo pensando

 

 

Esistono le scommesse, le gare tra telefonini allestite nei pub.

Vince il modello che, vibrando, arriva prima dall’altra parte del tavolo.

Meglio le suonerie, forse.

In quanto a queste, l'ultima news-chicca è di un paio di settimane fa: nelle campagne inglesi i tordi e i merli hanno preso ad imitare i trilli, le "musichette" dei telefonini.

I professori della Society for the Protection of Birds non si meravigliano e spiegano che alcuni pennuti mutuano volentieri i motivetti dei cellulari per poi aggiungerli al loro repertorio di richiami: così, durante la stagione dell'accoppiamento, avranno nuove carte da giocare.

Tra qualche mese, assicurano i sociologi, la moda si diffonderà anche tra i merli e gli storni italiani.

Ma le suonerie in fondo hanno un’attrattiva debole: divertono solo chi le sceglie o le programma e ricordano ancora, con quel timbro stilizzato e petulante, i videogiochi rudimentali dei primi anni ottanta.

Forse è meglio la vibrazione: più discreta e signorile.  

 

In ogni caso ciò che conta è il messaggio che segue al trillo, e il mondo di sensazioni che è in grado di aprire.

Se ne è accorto chi pensa marketing e profitti: 160 caratteri permettono  ancora di raschiare un potenziale comunicativo e pubblicitario non da poco, e già da tempo si parla di “short generation”, per dire ke cmq se non ci 6 stasera ciao: iNtaNtO hai poki gg contati ;)) (64 caratteri, spazi e faccina compresa).

Come per le sigarette e il biliardo, anche al medium e al messaggino è accoppiata ormai una gestualità tipica.

Alla fermata dell’autobus, nel torpore della sala studio, o anche solo camminando sotto ai portici, molti si appoggiano al cellulare, che diventa come la famosa coperta che protegge e tiene compagnia.

Così qualcuno, decidendo di non salutare chi sta arrivando di fronte, abbassa lo sguardo, fa finta di leggere o scrivere qualcosa sul display, finisce contro una colonna, mentre sta scorrendo i caratteri accentati.

Sono gesti già visti, d’accordo.

Ma spuntano ancora novità, in attesa dell’annunciata rivoluzione della telefonia mobile di terza generazione, quella con le immagini, gli aromi, le conversazioni “come tu mi vuoi”.  

 

Esiste un sito in cui se scrivi in una stringa un titolo, anche solo una parola, ricevi in dono una poesia randomizzata e asciutta ma che funziona, e riempie elegantemente lo spazio SMS con un proprio senso dadaista dato appunto dal titolo proposto.

In Finlandia, invece, funziona già un più prosaico servizio SMS che sta facendo impazzire i teen-ager, che possono spedire, a ignari destinatari da stuzzicare, messaggi resi opportunamente anonimi dal gestore del giochino.

Il ricevente, tentando di indovinare chi l’ha cercato, si affretta a sua volta a spedire una serie di messaggini, anche in questo caso anonimi, agli ipotetici mittenti.

Se tra questi c’è anche chi ha lanciato il primo SMS, il gestore del servizio toglie il segreto all’abboccamento e le due persone che già si conoscevano si riconoscono e diventano felici “8))”, perchè si accorgono finalmente di volersi bene.  

 

E’ così: c’è ovunque un gran viavai di messaggi, il fermento di una letteratura ormai rodata e volatile, che contraddice la persistenza della parola scritta, che in questo caso ha i secondi contati, giusto il tempo per leggere e cancellare.

E, sfuggito per errore dal mucchio, a volte ci capita di ricevere qualche SMS che era stato indirizzato a qualcun altro: “Ho appena visto un centinaio di ventole. Possono bastare?”, “E’ lunedì: ho indossato l’abito mentale!”, “Non sono mai partita!“, “Arrivo a Bo domani. Tu che fai?” ,“Lo sapevo che l’avresti fatto! Ti chiamo dopo..”.

L'ultimo arrivato:"Tutto finisce scrivendolo, quindi:  ".

Non male questo: il "quindi" in chiusura lascia in realtà aperto il messaggio, rimarrebbero ancora 127 caratteri per precisare o dare un senso.

Potremmo scriverli noi, ma l’SMS è stato lanciato da Internet, si sono dimenticati anche di firmare, e in questo caso non sapremmo proprio a chi spedire la risposta.

Tra l’altro siamo tra i monti, stiamo entrando in galleria, e non c’è più campo, non c’è più campagna. : (

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