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UNA NOBILE SIGNORA DI CAMPAGNA
L'incontro fortunato tra un'elegante villa della campagna emiliana, destinata all'oblio, e un appassionato d'arte che l'ha riportata magistralmente in vita
di Paolo Ruggiero
Veniva
istintivo, rallentare un attimo, in quel preciso punto della provinciale
di campagna. Scarnificata
nell’abbandono. Destinata un giorno o l'altro a crollare, in solitudine,
senza testimoni.
Ha spento il motore, ha sognato più espressamente.
E forse, proprio al momento giusto. Fu un incontro felice per due: per la Villa, da subito accudita dal preciso consapevole intento di un restauro senza compromessi: rigoroso, conservativo, intransigente sul rispetto assoluto e scientifico dei tratti originari del palazzo. Un'opera di ripristino cerusica e maniacale (sono stati ricreati anche i pigmenti originali delle porte), coordinata dall'Architetto Dario Tumasetta e durata due anni e mezzo. E
fu incontro (sapientemente) fortunato per il proprietario-estimatore,
che ha potuto infine abitare, assieme alla famiglia, un immobile fuori
dall’ordinario, splendido esempio di architettura cinque-seicentesca
della pianura bolognese. Contenitore felice per la gioiosa collezione
privata di opere d’arte “in progress”, e luogo perfettamente consono
ad ispirare e ospitare pregiate e calibratissime esposizioni, distillate
(una soltanto l'anno), e riservate ad amici e appassionati, su prenotazione.
Travi a vista, cotto fiorentino, e una pertinente illuminazione artificiale per la sera assecondano questa autentica piccola galleria d'Arte. Che attualmente presenta i "palloncini" in alluminio di Alberto De Braud, lavori di Claudio Olivieri e Dani Vescovi e, nello studiolo attiguo orientato a Nord, creazioni di Riccardo Gusmaroli, Alighiero Boetti (cui tra l'altro è stata dedicata una delle prime due mostre in villa; l'altra, un'antologica su Mapplethorpe). Artisti che spesso sono anche amici del proprietario, che però minimizza e invita piuttosto ad apprezzare la cucina adiacente: «È la cucina che ti racconta la personalità dell'abitazione. Da lì, io capisco "che aria tira" in una casa. Se è troppo asettica, probabilmente c'è paura di sporcarla -scherza
il proprietario- e allora vuol dire che non si mangia bene, che in quella
casa non si vive bene». La
cucina è una Molteni serie numerata, «la stessa dei grandi chef», pezzo
di alto pregio che permette (a chi sa) di esprimere virtuosismi culinari
ai vertici; accanto, il caminetto è stato ricostruito recuperando
le piastre in rame originali. L'antico lavello è stato
ricostruito
con pietra di Vicenza. Il tavolo di noce dell'Ottocento proviene da
un'osteria dell'Appennino emiliano. Alle pareti, Schifano, Boetti e
un bislacco cd-player da muro Muji, con accensione a cordicella. «È la stanza preferita dagli ospiti»,
ride il proprietario. Nei
servizi del piano terra, si segnalano un motivo a cornice in mosaico
verde, e le fughe delle piastrelle in tinta. A raccordo degli ambienti,
opere di Giuseppe Uncini e Eliseo Mattiacci, un altro Schifano (del
1960), foto di Mat Collishaw, una cassapanca fiorentina del '600. «Al piano nobile oltre al salone era stata nel tempo inserita
una serie di stanzette create per motivi funzionali. Alcune finestre
furono chiuse, generando confusione nelle aperture, che abbiamo riorganizzato,
restituendo luminosità e coerenza all'insieme..». A quel punto ci affacciamo
sul grande salone centrale, e anche l'architetto si interrompe. È
la sala mozzafiato. La più suggestiva, il fulcro della villa. Al centro, intimidito dal soffitto a doppio volume e posato su un tappeto, solo un tavolo con natura morta, metafisico. Volutamente nient'altro, per non disturbare la francescana festa di luce e proporzioni e la levità del solaio originario del '600, a cassettoni dipinti con decorazioni a grottesche. «I mattoni del pavimento sono gli originali, in cotto del Seicento. Li abbiamo staccati e ricollocati uno ad uno. Un grande lavoro.», ricorda Tomasetta. E davvero questa sala, in una giornata
luminosa regala la solennità e il mistero del tempo fermato e inalterabile:
a sostarci dentro qualche minuto, quasi ci si stupisce di non essere
seicenteschi.
Torniamo in giardino, poi nuovamente in auto. Seguendo allontanarsi
nel retrovisore la Villa, sale in mente un pensiero così, semplice semplice:
noi si passa rapidi, ma l'Arte ci sopravvivrà. |
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