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Intervista a Grazia Verasani e Simona Vinci

A fashion magazine

spring 2007, N.19 - "The change issue" 

(Un numero sul cambiamento...)

 

 

Grazia Verasani  |  Simona Vinci

Quando si cambia tra le righe


di Paolo Ruggiero 

 


Fa bene, rileggere i libri che ci hanno dato qualcosa. La prima volta ci si fa investire dal "sound" di intreccio, ambientazioni, personaggi. La seconda, a farci caso, si riesce a distinguere anche la voce sorgiva dell'autore o dell'autrice. 


Tracce del tuo passaggio, una raccolta di racconti di Grazia Verasani, del 2002, mi è venuta voglia di ricominciarlo appena chiuso. E avevo già incontrato Giorgia Cantini, l'inquieta investigatrice privata dei suoi successivi romanzi, Quo vadis, baby? e Velocemente da nessuna parte.

 

Di Simona Vinci, finito l'ultimo Stanza 411, ho voluto rileggere un libro del '99, In tutti i sensi come l'amore, ritrovando intatte la nitidezza, la luce trasparente di certe descrizioni: giornate urbane in cui sembra che niente si sposti, e invece… 

 

Rileggendole ho pensato fossero due autrici tra loro assai diverse.

 

Verasani lucida, schietta, umana, teneramente (o amaramente) disincantata. Vinci onirica, autoanalitica, sensoriale, lunatica. Però entrambe sulla pagina le senti ipersensibili, tormentate. "Violente", anche, in alcuni passaggi. 

 

Entrambe capaci di far funzionare una contraddizione o uno spostamento di visuale come scosse o rivelazioni. Così è stato un piacere sentirle parlare di "cambiamenti", loro due assieme. 

Ricordate un anno, un'età, un evento come un perno attorno al quale si è aperta una vostra diversa percezione di cose, emozioni o persone?


Grazia: "Sì, quando a sette anni stavo cadendo dal quinto piano per rincorrere un piccione che mangiava sulla mia finestra. Finì poi sulla finestra sbagliata, e mangiato a cena dal dirimpettaio. Mesi dopo provai a volare, ma fui salvata in extremis dal braccio di qualcuno".


Simona: "Per indole tendo sempre a pensare che le cose decisive accadranno domani. Sicuramente, un paio di anni fa ho attraversato un momento difficile per tanti motivi. Un periodo che però ha aperto una stagione nuova nella mia vita, sia privata che professionale. La vita che faccio adesso mi somiglia di più, e ho molta meno paura di tante cose".

Un libro, un autore, un viaggio che su di voi ha avuto un effetto di nuova consapevolezza...


G: "L'autore che in assoluto mi ha più segnata, come persona e anche nella scrittura, è Robert Walser, e in particolare il suo Jakob von Gunten. Ma consiglio tutti i suoi libri. È il classico esempio di scrittore che ha dovuto morire con la faccia sulla neve, fuori dal manicomio dove era vissuto quarant'anni, prima di essere "noto". È anche un monito al fatto che si scrive sempre per necessità e mai per la fama, che sia postuma o in vita".


S: "Un incontro, credo. Con uno scrittore, Vitaliano Trevisan, che prima ho letto e poi ho conosciuto, e che mi ha aiutata, anche se indirettamente, a tirare fuori cose che premevano per uscire ma che non avevo ancora ben chiare. E anche Jung e la psicoanalisi mi hanno aperto direzioni nuove e bellissime. Tra i libri decisivi potrei citare la lettura di Bataille, che continua a influenzarmi moltissimo, e quella di alcuni romanzi di Coetzee".

Entrambe come scrittrici provenite dalla seconda metà degli '90. In una battuta: come vi sembra mutata nel frattempo la narrativa italiana (e i personaggi inventati) e in quali territori vi pare che si stia proiettando?


G: "I territori della visibilità sono sempre più televisivi. Si pubblicano sempre più libri. Ma spesso i più belli muoiono sepolti sotto la montagna dei best seller".


S: "Non la seguo moltissimo, devo dire la verità. Leggo pochissima narrativa, e invece molti saggi e poesia. Anche se uno degli ultimi libri che mi hanno davvero colpita è Gomorra, di Roberto Saviano, di cui ora parlano tutti, ma che ho letto per pura casualità. Ecco, credo che la letteratura italiana stia scoprendo che forse è il caso di sporcarsi le mani e ferirsi gli occhi con la realtà, e anche la contaminazione tra generi mi sembra la prospettiva più eccitante, e fertile".

E la vostra scrittura? Come pensate che si sia evoluta dagli esordi ad oggi?


G: "La meta da raggiungere per me è la semplicità. Ci sto lavorando". 


S: "Non saprei. Si resta se stessi pur mutando continuamente. Anzi, guarda, direi che si diventa sempre più se stessi. Questa è la cosa più bella dell'invecchiare, quando si riesce a farlo per bene, nella vita, e nella scrittura".

Tra i vari cambiamenti di stato che può attraversare un sentimento, qual è quello che più vi affascina? Quale vi pare più imprendibile, inenarrabile?


G: "Credo l'invariabilità di un sentimento. Qualunque esso sia".


S: "Dal nulla all'amore. Che nasce di continuo, dappertutto. Anche se si nasconde spesso molto bene. E si traveste".

Preferite scrivere di cambiamenti drastici, violenti, voluti, con i quali provare a sterzare l'esistenza, o di quelli quasi sempre graduali e miti che questa e il tempo ci somministrano come sonniferi?


G: "Non mi piacciono le sfide. Non mi piacciono né la rabbia né l'orgoglio. I cambiamenti possono essere lenti o veloci, può guidarli l'istinto o una presa di coscienza".


S: "Ogni storia ha la sua genesi, e il suo passo. Però per carattere tendo alle cose drastiche, violente, ai salti nel vuoto".

Quanto spesso vi siete dette (o vi dite): da domani cambio? 


G: "Preferisco augurarmi che cambino delle cose importanti che ci riguardano tutti.

Per quanto riguarda me, è il tempo che mi cambia".


S: "Mai, la vita cambia da sé, e io non so fare progetti. Preferisco affidarmi all'impulso".

Il vostro prossimo libro. Qual è il titolo provvisorio (che naturalmente cambierete)?


G: "Per ora è senza titolo. Perché è come un gatto che devi avere il tempo di osservare prima di dargli il nome giusto".


S: "Strada Provinciale Tre. E non cambierà, credo. Anche se ieri un amico scrittore mi ha buttato lì un'idea che potrebbe essere bellissima. Stiamo a vedere".


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