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OLIVO BARBIERI, fotografo

Un'intervista per DossierModena

Olivo Barbieri:

La città nel mirino

 

«In realtà non mi sono mai interessato di fotografia, ma di immagini e percezione»,

dice Olivo Barbieri. 

 

Un maestro della fotografia riconosciuto a livello internazionale, che periodicamente lascia la sua Carpi per rinnovare la propria indagine visiva sui segni della complessità contemporanea.

di Paolo Ruggiero - photo, courtesy Olivo Barbieri

 

intervista olivo barbieri sulle città

 

La notte ha sempre qualche fortunato spettatore.

Faceva buio e in qualche via stava un signore immobile con il cavalletto, la macchina fotografica caricata con pellicole di grande formato. Iperdettagliate, pronte a restituire tutti i più minuti segni della città che dorme: gli aloni dei lampioni, i pali scheletrici, l’orbita tracciata dalle stelle nel cielo petrolio o viola-neon.

Da quelle sessioni uscivano ingrandimenti appaganti per l’occhio, quando poi venivano montati sulle pareti di qualche galleria (e quali gallerie! La Biennale di Venezia, la Triennale di New York): dettaglio, proporzione, controllo, colori fantasma. Ma c’era altro, in quei notturni fotografati da Olivo Barbieri.

Da una parte, lo stupore di scoprire come si manifestasse visivamente l’altra metà della vita, dal tramonto all’alba, in Europa e in Oriente (Barbieri è stato tra i primi ad accorgersi della Cina).

Dall’altra, la necessità di capire cosa potesse accadere a un’immagine meccanica fissa a colori dilatata temporalmente, a volte anche in modo esasperato.

Nel frattempo sono successe delle cose, i punti di vista si sono spostati, per esempio su paesaggi più “indoor” ma altrettanto complessi (i centri commerciali, gli stadi). L’undici settembre ha obbligato a guardare le città da altre angolazioni, e Barbieri ultimamente le riprende dall’elicottero, sotto una luce diurna accecante.

Poi ritorna a Carpi, dove vive.

Riposa gli occhi dalle tangenziali a cinque piani di Shangai, riparte. La prossima volta, probabilmente, per il mare. Sentiamo.

Il viaggio è uno dei temi centrali nella tua fotografia. Sei stato in Cina già nel 1989.

Cosa ti attraeva della Cina?

«Già allora si avvertiva che stava accadendo qualcosa di notevole: la più repentina e estesa trasformazione architettonica e urbanistica nella storia dell’umanità».

Ci sei tornato recentemente?

«Dal 1989 ci vado circa un paio di volte l’anno. L'anno scorso a dicembre ho girato un corto: “site specific_SHANGHAI 04”. Fa parte di una trilogia che comprende anche Roma e Las Vegas». 

In termini visivi, di paesaggio urbano, come si sono configurati in quel grande paese i cambiamenti turbinosi degli ultimi dieci anni?

«Tangenziali a cinque piani e sei anelli, insediamenti a perdita d’occhio. È stimolante capire perché si sia costruito in quel modo e quali di volta in volta siano stati i modelli: America, Giappone, Europa…».

Una foto di Olivo Barbieri in Asia. Intervista a Olivo Barbieri

Quale tipo di continuità c'è tra le tue recenti riprese aeree e le fotografie "ad altezza uomo" che hai scattato per tanti anni?

«La fotografia è l’arte di sapere dove stare, dove mettersi. Avere un punto di vista fluttuante è una grande risorsa. Dall’undici settembre poi è urgente vedere e capire le città dal cielo».

Negli anni '90, per merito della teoria dell'antropologo Marc Augè (che ha avuto grande influenza anche sui fotografi), si è parlato molto di "non luoghi". È ancora tempo di non luoghi oppure stiamo partecipando a nuove riconfigurazioni dell'ambiente?

«Il primo a stupirsi del successo della teoria dei non luoghi fu proprio Marc Augé. Questo successo è stato forse l’inizio della consapevolezza del dissorversi inesorabile di antiche certezze.

In questi anni le identità delle città e delle nazioni sono in lenta evaporazione. Per capire non sarà più sufficiente partire dai luoghi ma dall’essere».

intervista olivo barbieri di paolo ruggiero

La sovrabbondanza di segni che ci circonda è un male oppure è semplicemente un riflesso della complessità nella quale siamo calati e di cui dobbiamo prendere atto?

«Forse non è successo nulla, i segni sono aumentati, ma si sono drammaticamente semplificati, e non hanno mistero. Basta averne l’accesso, è tutto a portata di mano: alta velocità, internet, digitale».

Hai citato l'undici settembre. C'è chi dice che abbia rappresentato un punto di svolta anche per l'arte contemporanea. Cose ne pensi?

«Dal punto di vista geopolitico è stata la seconda rivoluzione copernicana: ha mandato in frantumi un bel po’ di certezze. L’arte contemporanea, invece, svolta per definizione».

Grazia Neri ha recentemente dichiarato che quell'evento ha anche decretato la definitiva affermazione del digitale, e questo per una ragione molto oggettiva: con gli aeroporti chiusi all'improvviso ai reporter risultò impossibile spedire i negativi alle redazioni. Hai aderito anche tu alla conversione al digitale?

«Ogni immagine che vuole essere comunicata diventa digitale. Per me il digitale è una risorsa. In realtà non mi sono mai interessato di fotografia, ma di immagini e percezione. La verità è che i telefonini stanno sostituendo i fotoreporter, le ultimissime grandi tragedie e attentati non sono stati divulgati da “professionisti” ma grazie ad immagini o filmati  spediti con banali telefonini».

Proprio in queste pagine, Angela Vettese ha dichiarato che l'arrivo del digitale ha messo in crisi molti ex amanti della pellicola. Tu cosa ne pensi?

«La fotografia è stata la più grande forma d’arte dello scorso secolo. Ai giovani non interessa lavorare con la pellicola ma con le immagini».

C'è qualche motivo per cui ha senso continuare ad utilizzare la pellicola oggi?

«In fondo, perché impedire il colore a olio? Sui grandi formati, poi, la pellicola ha ancora una resa migliore».

Al di là degli aspetti tecnici, quali sono secondo te le maggiori differenze concettuali (e di potenzialità espressive) tra l'uso della pellicola e il digitale?

«Vorrei averle scoperte! Da un punto di vista teorico sono entrambe messe in codice del reale, forme di rappresentazione. Anche il digitale “vede” attraverso un obiettivo che funziona come l’occhio umano, e questa è una bella fregatura. Sono cambiate però le modalità della comunicazione. La vera rivoluzione è il controllo a costo zero che permettono le nuove tecnologie. Così nascono tantissimi grandi fratelli».

Nel 1988 all'isola di Pellestrina fotografasti di notte il relitto di un mercantile greco. Da qualche anno quel relitto è stato rimosso. Ne rimane la foto. Se nessuno l'avesse fotografato, sarebbe mai esistito? In altre parole: è vero che ormai tendiamo a credere che un evento sia esistito solo se possiamo vedere la relativa prova fotografica?

«Sì, temo che ciò che non venga rappresentato non esista, non solo in termini filosofici».

L'Isola di Pellestrina. Il relitto di un mercantile greco. Una foto di Olivo Barbieri

Nel 1984 assieme ad altri fotografi emergenti partecipasti ad un'indagine fotografica lungo la Via Emilia. Com'è cambiata questa porzione di paesaggio nel frattempo?

«È diventato un non luogo eroso dalla città diffusa. Credo che quella ricerca avrebbe potuto essere un sacrificio utile, se fosse servita a preservare proprio i luoghi dal trasformarsi in non luoghi erosi».

Se oggi in Italia si decidesse di tentare un esperimento simile, quale territorio, o quale città ti piacerebbe fotografare?

«Il mare, perché è fatto d’acqua».

L'entusiasmo che allora dava impulso alle vostre ricerche si è mantenuto (o rinnovato in altri modi) anche nelle nuove generazioni di fotografi? Ci si esprime ancora in modo "corale" o regna l'individualità?

«Esistono parecchi gruppi di ricerca artistica, ma credo siano un’altra cosa. Quelli di cui parli erano molto determinati e indistruttibili: noi non credevamo nel gruppo ma nella fotografia come forma espressiva».

Quale sensazione - anche visiva - provi quando ritorni a Carpi, dove vivi, dopo una trasferta di lavoro all'estero?

«Il luogo dove si nasce e cresce ha il cielo dell’altezza giusta, e questo non è poco».

Si riesce a comprendere a fondo il proprio paesaggio "familiare" solo dopo essersene allontanati per un periodo, cambiando completamente scenario?

«Sì, ma senza esagerare. C’è una generazione di artisti che definirei superturisti: vanno continuamente ovunque».

Qual è la molla che dopo tanti anni ti fa ancora partire per un nuovo viaggio con le tue macchine fotografiche?

«Non si può guardare dalla mattina alla sera solo immagini prodotte da telefonini!».

Su quali ricerche sarai impegnato prossimamente?

«Il mare».

Dicembre 2005

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