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PAOLO CREPET, psichiatra e scrittore

Un'intervista per Sanissimi

Cos'è il benessere?

È realizzare i progetti.

 

E in questo quanto conta l'autostima? "Moltissimo, almeno quanto l'autonomia".

Per volersi bene però bisogna mettersi in gioco, muoversi, fare.

Ne abbiamo parlato con lo psichiatra Paolo Crepet.

 

Un'intervista a Paolo Crepet

di Paolo Ruggiero

 

Psichiatra e sociologo, scrittore e docente universitario, specializzato nel campo della ricerca sul tentato suicidio, dell’epidemiologia psichiatrica e della psichiatria sociale, Paolo Crepet è anche un noto volto televisivo. Ha pubblicato numerosi libri e lo scorso anno, con “Dannati e leggeri”, edito da Einaudi, ha esordito come narratore.

Abbiamo chiesto il suo parere su benessere, noia, conformismo dei sentimenti.

E sugli anni che passano.

Dott. Crepet, cos’è il benessere psicofisico?

«È la serenità».

La serenità è un obiettivo più realistico della felicità?

«La felicità non è un obiettivo, è un utopia».

Non la si raggiunge mai?

«Non si deve raggiungerla. Quando l'hai raggiunta è già passata».

Quanto conta l’autostima per vivere bene?

«Enormemente, tanto quanto l'autonomia».

Come è possibile accrescerla?

«Facendo le cose. Imparando a farle, vedendo che ti riescono».

Progettando, anche?

«Certo. E realizzando. Non solo progettando».

Si vive meglio se si è più esigenti oppure più indulgenti con se stessi?

«Si vive meglio se si è più esigenti».

C'è chi sostiene che siamo ormai dentro un mondo di "affettività liquida", con relazioni che sono connessioni, che si creano e si sciolgono con grande facilità...

«Questi discorsi contengono un pregiudizio positivo nei confronti del passato, che io non ho. È normale che ci siano dei cambiamenti. Ma sono cambiamenti abbastanza scontati».

Eppure pare che ci si guardi sempre meno negli occhi, che si creino e si interrompano facilmente relazioni con le e-mail e i "messaggini"...

«Sì, ma mi chiedo se queste persone si guardavano così tanto negli occhi anche dieci anni fa. Voglio dire: se a qualcuno basta una e-mail per mandare qualcun'altro a quel paese, probabilmente era così superficiale e cinico anche dieci anni fa. Non c'è una metamorfosi in atto. Semplicemente, il telefonino mette in luce ciò che già eravamo. Se uno agisce da maleducato, non credo che prima della tecnologia fosse un gentiluomo».

È possibile che la depressione nasca dalla noia, dalla perduta capacità di stupirsi? Quanta noia di questo tipo c’è oggi, nell’Occidente?

«La noia aiuta a non annoiarsi. Se non ci fosse la noia uno non se la prenderebbe con la noia. Poi, alla stupidità umana non c'è limite. Ci vuole una grande stupidità per dire "io ho già visto tutto". Queste sono persone già tarpate, che ci mettono poco a tarparsi. Uno mi dice "sono stato in viaggio di nozze alle Maldive e fine: ho visto il mondo"».

E invece, cosa ha visto?

«Appunto, cosa ha visto? Ha per caso vissuto sei mesi, che so, nei mercati orientali? No. E allora, se non ha fatto un'esperienza di quel tipo, cosa vuole sapere dalla vita?! Un conto è vedere un telefilm del National Geographic e un altro è vedere veramente il pianeta. Sono due cose diverse. Alcuni credono di conoscere il mondo rimanendo seduti, con i 99 canali e la suocera che gli fa il caffè. Invece il mondo va vissuto. Certo, per viverlo ci vuole una grande cultura».

In questo senso, la nuova mobilità europea che si profila per i giovani può far bene al benessere?

«Potrebbe far bene se uno la volesse utilizzare. Ma vedo pochi cittadini europei tra i giovani. Vedo dei cittadini che da Bologna vanno a Rimini e tornano a casa».

Insomma, cambiare ambiente fa bene...

«Certo, capisci che ci sono sensibilità diverse, mondi diversi».

Quanta della infelicità attuale deriva dal confronto obbligato e tuttavia insostenibile con i personaggi inventati dallo star system?

«Bisognerebbe vedere che cosa uno avrebbe fatto se non ci fosse stata per esempio la Tv della De Filippi. Non credo che avrebbe passato le giornate dentro la biblioteca comunale. Magari avrebbe letto Grand Hotel come forse faceva sua mamma.

Ma poi, perché dovremmo prendercela con chi leggeva Grand Hotel? Siamo un popolo di ignoranti e quindi abbiamo strumenti culturali limitati. Poi c'è da dire che certe trasmissioni o certi giornali cosiddetti popolari hanno in realtà un pubblico molto trasversale, che appartiene a varie fasce sociali e culturali».

Anche se chi leggeva Grand Hotel e oggi forse guarda la De Filippi difficilmente approfondirà Kierkegaard...

«Sì, ma per fortuna, perché saremmo un paese noiosissimo. Di intellettuali ne bastano pochi. Io ricevo molte lettere, due tre al giorno, un po’ da tutta Italia, da tutti gli strati sociali. E non vedo una grande differenza sulle cose che si sentono, che si provano, su come si elaborano i sentimenti, su cosa manca. Non credo che chi ha due lauree abbia maggiori competenze affettive rispetto ad una signora con la terza media».

Rimane forse qualche differenza nella capacità di esprimerli, i sentimenti...

«Sì, ma questa capacità mi pare che sia andata migliorando nel tempo».

Come affrontare serenamente i primi segni dell’invecchiamento?

«Mio nonno alla mia età si sentiva vecchio, io mi sento nel pieno delle mie capacità. L'importante è accettare che ogni stagione ha i suoi frutti e anche le sue limitazioni».

Per esempio, trenta e sessant’anni?

«A trenta credo che oggi soprattutto ci sia un limite nella costruzione dell'identità, a sessanta probabilmente il limite è salire le scale con lo sprint di una volta».

Ma gli anziani si auto-escludono o vengono esclusi?

«In realtà sono i giovani, gli esclusi. Dalla società. Dall'avere un ruolo di comando nella società. D'altronde, lo si vede: la fetta di potere più grande è nelle mani di uomini di sessanta, settanta anni. È difficile che un trentacinquenne abbia una posizione di comando».

Settembre 2005

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