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TIZIANO SCARPA, scrittore

Un'intervista per DossierVeneto

(Tiziano Scarpa ha vinto il Premio Strega 2009 con Stabat Mater, Einaudi)

Il Veneto non è un luogo comune

Dieci anni fa ambientò una delle prime storie nella Venezia degli studenti e dell’Accademia. Qualche anno dopo ha dedicato alla città una guida originale.

Ora vive a Milano, ma conosce e racconta il Veneto come pochi.

Ecco cosa ne pensa lo scrittore Tiziano Scarpa.

Intervista a Tiziano Scarpa sul Veneto

di Paolo Ruggiero

 

«Alzi un braccio e tocchi il soffitto. A Dorsoduro, scendendo dal ponte del Vinante, si tocca comodamente l’intonaco sopra l’imboccatura del sottoportico.

Ci hanno appiccicato gomme da masticare di tutti i gusti e colori, gomme del Ponte sul ponte delle Gomme: vecchie cicche alla liquirizia mineralizzate, giallastre e tabaccose, accanto a fluorescenti gemme rosa shocking alla fragola e mente piperite verdissime, černobyliose, in un mosaico di caucciù indurito.

Nell’estate del 1993 mi sono preso la briga di contarle una prima volta, erano 897.

Quattro anni dopo sono diventate 3128», racconta lo scrittore Tiziano Scarpa nella sua singolare guida “Venezia è un pesce”, pubblicata con Feltrinelli qualche anno fa. Ora Tiziano, che a Venezia ci è nato, vive a Milano. Ma è sempre un lucido osservatore del Veneto.

Nel 1996 hai pubblicato “Occhi sulla graticola”, la storia di un amore possibile/impossibile tra uno studente e una disegnatrice a Venezia. Se dovessi riscriverlo oggi, come sarebbero cambiati i personaggi?

«Negli anni ’90 c’era una sperimentazione sull’immaginario popolare - attraverso fumetti, musica, cinema - che io trovavo abbastanza eccitante. Anche i personaggi erano molto euforizzati da questo immaginario, erano quasi delle spugne, dei contenitori di immaginario. Era un po’ questa la loro principale anima.

C’erano, che so, i Simpson, l’arrivo dei manga in Italia, c’era appena stato il grunge, il rock era un po’ ritornato al suo vecchio splendore. Anche l’arte contemporanea non era ancora così museificata, così istituzionale. C’era ancora la percezione di qualcosa di antagonista. Adesso, mi sembra, molto meno. Non credo proprio che lo riscriverei così».

E la tua scrittura, come è cambiata nel frattempo?

«In ogni mio libro non penso solo alla storia ma anche alla forma. Se scrivo un libro sul corpo sarà diverso da una raccolta di racconti o da un romanzo, perché ci vuole una forma particolare per parlare del corpo. La mia scrittura di volta in volta si adatta o inventa o escogita forme diverse. Quindi cambierà sempre, e da sempre è in mutazione».

La piccola comunità dei “veneziani doc”, di chi a Venezia ci è nato. Puoi parlarcene?

«Non è facile vivere in una città che ha un capitale simbolico così grande che può essere soverchiante, opprimente. Dove è difficile trovare un varco, perché molto accade sopra le nostre teste: per esempio le decisioni della Biennale cinema non vengono prese a Venezia ma a Roma, i curatori vengono sempre da fuori.

Noi vediamo l’arte internazionale, il cinema, il teatro, la danza, la cultura internazionali, però non è che poi Venezia esprima una sua particolare impronta dialogica con la cultura italiana e mondiale».

È uno straordinario luogo di esposizione...

«Sì, però in generale Venezia ha una forza molto potente, perché c’è anche una grandissima espressività non solo dialettale, c’è proprio una forza antropologica della gente veneziana che non è rappresentata solo dall’intellettuale estenuato o ipercolto o culturalista. C’è una specie di doppio fondo sarcastico, una forza quasi napoletana nei veneziani, molto corrosiva, anche cattiva.

Ma, ripeto, bisogna comprendere che è talmente stritolante il tonnellaggio storico che ci portiamo addosso... E poi c’è anche questo immeritato senso aristocratico. Se nasci a Venezia, come fai a non autorappresentarti come nobile, oggettivamente? Siamo forse gli unici nobili al mondo rimasti, non certo per merito ma proprio per eredità di sangue e di luogo».

Come vedi il Veneto oggi?

«In questi ultimi dieci anni il Veneto ha fatto grandi passi avanti con un lavoro di immagine, di cosmetica. Penso a certe mostre, oppure alla riqualificazione dei centri storici. Mi sembra a volte che il Veneto venda la propria immagine. Vedo che ci stiamo trasformando un po’ tutti in guide turistiche e camerieri, ecco».

Anche la formidabile macchina del Nord-Est ha rallentato la sua corsa. Che atmosfera si respira?

«Ho visto - ma questo accade anche in altre regioni - che si sta ricoagulando una forte identità locale. Il Veneto anche a causa di Venezia e delle sue città molto salottiere mantiene qualcosa di aristocratico. Però adesso c’è un po’ un ripiego su attività più “da sopravvivenza”: la sagra, la valorizzazione del museino locale, della chiesa, il localismo, il bed & breakfast».

Un luogo del Veneto da cui andarsene? Anzi, un luogo comune...

«È quello della “grettezza egoistica dei veneti”. Non dimentichiamo che il Veneto pur avendo espresso questo bacchettonismo apparente, democristiano, quasi con percentuali bulgare (in certi paesi la DC totalizzava il 75%) però era anche agganciato a una forte cultura della solidarietà: alcuni paesini sono stati i primi ad ospitare i profughi vietnamiti negli anni ’70.

Guardiamo anche al paradosso degli industriali veneti che si sono mobilitati contro la Bossi-Fini, perché avevano bisogno di quote più alte di immigrati! L’avranno fatto anche per convenienza, ma non viviamo in un iperuranio platonico: sono le convergenze di convenienze che a volte creano anche giustizia o benessere.

A questi immigrati hanno dato case abitabilissime tra Vicenza e Treviso, cercando di aiutarli a riunire le famiglie, per farli star bene. Sul Veneto puoi dire ciò che vuoi ma alla fine esprime anche una correttezza relazionale che non sfocia nell’homo homini lupus, nella truffa, nel bidone».

Assieme a un gruppo di altri scrittori hai partecipato al blog letterario Nazione Indiana. Cosa ne pensi di questi strumenti relativamente nuovi?

«Blog significa tante cose. È vero che è diventato un po’ sinonimo di diario personale e che ci sono i grafomani (ma lo sarebbero comunque). Però penso che sia anche un ottimo modo per venire a contatto con chi ha i tuoi stessi interessi.

Questa è una cosa molto difficile nella vita quotidiana. Sul blog si mettono in vetrina le proprie predilezioni o i fatti propri per trovare le affinità elettive. Non è solo autobiografia. È quasi una ricerca dell’altro attraverso l’esibizione del sé».

Dieci anni fa i “cannibali”. Da qualche anno i “blogger”, poi “gli intemperanti”, il ritorno alla narrazione di provincia... ma non si capisce bene: sta arrivando una nuova “corrente” di giovani scrittori italiani?

«Penso che le correnti si siano esaurite, siano quasi un residuo, un simulacro di una formula avanguardista che non ha più ragione d’essere. Talenti ce ne sono a decine. Non ci sono i lettori. Il lettore medio italiano è pigro e superficiale».

A cosa stai lavorando in questo periodo?

«Ho scritto testi teatrali, ho sentito che avevo una grande motivazione, visionaria, per scrivere per il teatro e l’ho fatto, anche se nessuno me lo ha chiesto. Poi ho dato forma a un libro che sarà una raccolta di scritti sia narrativi che poetici e saggistici. E sto scrivendo altri testi di narrativa».

Quanto del tuo tempo dedichi alla lettura?

«Leggo molti manoscritti di autori inediti perché è incredibile quanto si sia diffuso il desiderio di pubblicare e di dare forma a opere letterarie, prima ancora di pubblicare. In moltissimi scrivono e probabilmente sono persone che forse vent’anni fa avrebbero fatto altre cose, mentre oggi è proprio un fenomeno talmente diffuso da essere quasi un dato politico, civile...».

Sarà forse anche la vastità di esperienze ormai possibili...

«Può essere. E poi molte persone hanno capito che è un modo per entrare nella società, per avere un ruolo, un peso. Oggi nel circolo delle opinioni ha più peso uno scrittore di media notorietà che un politico».

Anche se mancano i lettori?

«Ma possono accadere anche cose inaspettate. Ci sono cantanti che qui sono divi e appena vai a Nizza non li conosce nessuno, mentre ci sono autori di media diffusione in Italia che sono tradotti in mezzo mondo. Le parole sono, come diceva quell’altro, dei virus contagiosi che hanno diffusioni anche impreviste.

Poi, quando hai una pulsione, una motivazione, anche un godimento espressivo, non stai lì a fare il computo delle copie vendute. Tanto non smetteresti di scrivere, anche se te ne comprassero solo dieci».

Ottobre 2005

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