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MA COME È PICCOLA BOLOGNA!

(Quando si dice che "Bologna è un Paesone")

 

Via del Pratello di notte...

 

 

di Paolo Ruggiero 

 

 

Da qualche tempo si sente ripetere, col piglio un po’ rassegnato dell’evidenza, che “Bologna è un paesone!”, e che andrebbe quindi avvicinata e considerata con un metro da paese o poco più.

 

Questa etichetta vuole sintetizzare il fatto che, in capo a qualche mese di vita bolognese, diventerebbe assai facile, in questa città apparente, imbattersi ad esempio in qualcuno che, dopo averci per chiarezza collocato nella geografia d’Italia, vanterà nella propria compagnia qualche nostro amico o compagno di liceo smarrito da anni.  

 

Oppure incontrare o rivedere, per caso e con frequenza preoccupante, le stesse facce “già viste” di gente di fatto sconosciuta, sentire accennare di passaggio a una ragazza che ci verrà per coincidenza presentata dopo pochi giorni, da un tizio una buona volta inedito, però “paesano” non abbiamo capito bene di chi.

 

E sarebbe poi patetico spiegare che l’inflazionatissimo e bandito “t’ho già vista..” (o “t’ho già sentita..”) potrebbe non essere il solito pretesto, ma un dubbio fondato..

 

In sintesi “paesone” sta a segnalare, con l’ennesimo stupore e un’allargata di braccia, che non si può mai risultare beatamente e del tutto sconosciuti a Bologna, che mantenere una privacy esclusiva qui non è possibile, è un’illusione.

Bisognerebbe trasferirsi a Modena, per esempio: traslocare in qualche città!  

 

Esci una sera, vai al pub, attacchi a chiacchierare con una ragazza, ed è  probabile che il discorso dopo un po’ inciampi in una terza persona, di solito dipinta con toni piatti, per non cadere nella gaffe: per esempio “quell’artista” che gestiva un bowling al tuo paese e che ora fa il sommozzatore in Costa Rica e lei, la ragazza al pub, lo ha conosciuto l’estate scorsa in vacanza, a Cesenatico, ne conserva un ricordo sorridente e prosaico, associato a un massaggio con l’olio abbronzante.

 

“Ma guarda un po’! Ma chi l’avrebbe mai detto!”.

 

una festa in appartamento a Bologna

 

 

C’è da dire che la città è un bacino che ne ospita tante altre, più piccole e familiari, stratificate, tante comunità marcate in primo luogo dalle generazioni di appartenenza (e all’università il metro di una “generazione” sono i tre, quattro anni).

 

Sono “giri” che ruotano e convivono fianco a fianco, che collidono o combaciano sotto precise scadenze o situazioni, che si sigillano a doppia mandata in comparti stagni, che si ibridano o frullano per poi emulsionare all’improvviso dietro una nuovo mood, a una nuova tendenza sufficientemente ecumenica e pret-à-porter.

 

Balzano ai nostri occhi soprattutto le ragazze o i ragazzi che hanno un aspetto familiare, una data di nascita accomunabile alla propria: le camicie col cavallino e le t-shirt da montagnola col papero, le matricole e i laureandi (ma anche l’asilo e le  elementari), se si incrociano per strada, al primo sguardo si notano a vicenda, ma con distrazione, a meno di vistose colorazioni o esternazioni.  

 

 

Bologna, la fantastica nebbia invernale

 

E poi c'è da dire che una volta perduta ogni soggezione nei confronti di un ambiente comunque vario e complesso, cominciamo a ricostruirne un’altro, a noi più congeniale.

 

E così andiamo ad abitare la città semplificata e confortevole disegnata dai nostri percorsi quotidiani, dalle nostre reiterazioni, dalla geografia personale e reticolare di luoghi, riflessi acquisiti, intermezzi, persone.

 

Ecco perché, in fondo, coloriamo quel “paesone” anche di una sfumatura affettiva, di una vena di sorniona rassegnazione: ci piace sentirci come pesci nell’acqua nel paesone che noi stessi ricreiamo in città, fosse anche solo quello del nostro quartiere, della libreria, minimarket o tabacchi d'elezione.

 

Ma, in momenti in cui (la domenica mattina, ad esempio) le cose si rivelano come soggetti e non oggetti, sarà la città stessa, denudata, a ricordare, sventolandoci in faccia dettagli finalmente visibili e fino ad allora mai notati, che noi assaggiamo solo una parte delle tante opzioni realmente a portata di mano.  

 

E ogni volta che ci accorgiamo di uno spigolo, di un portico che in tanto tempo non avevamo mai visto, anche se l’abbiamo sempre avuto sotto al naso, mettiamo facilmente in dubbio il nostro spirito di iniziativa, e riprendiamo a ruminare il buon proposito di aprire la nostra rosa di riferimenti a nuove possibilità.

 

É allora che guardiamo con rinnovato interesse al nostro “paesone”, riconoscendolo come un giocattolo familiare che però, basta volerlo, possiamo agevolmente smontare per poi ricombinare e personalizzare in modo sempre originale, attingendo alla ricca dotazione di “pezzi” - scenari, atmosfere, stili e concezioni di vita - che Bologna ci mette a disposizione.

  Il Bello di Bologna, 14 maggio 2001

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